ARRIVANO GLI SPRASSOLATI!,STAG.6, SPECIALE “RICORDANDO IL FOLKSTUDIO”

SPECIALE ”RICORDANDO IL FOLKSTUDIO”

28 e 29 novembre ‘12

in studio Andrea Caponeri

con un’intervista a Ernesto Bassignano e a Edoardo De Angelis

Vampirescamente, il 16 novembre 2012 ci lanciammo alla giugulare di una bella iniziativa andata in scena a Roma all’ ”Asino che vola”, una serata che voleva ricordare, e forse rilanciare, l’eredità e il progetto artistico del mitico Folkstudio, il piccolo locale trasteverino che fu la culla di cantautori come De Gregori, Venditti, Gaetano, Rosso, Bassignano, De Angelis, Locasciulli, Caputo e tanti altri, oltre a dare spazio (spesso per primo in Italia) a musiche “altre”, dal jazz alla canzone politica e folk, dalla musica irlandese e brasiliana a quella africana, passando per blues e mille altri generi, insomma, tutto quello che la vasta anima di Giancarlo Cesaroni poteva contenere. Su quella pedana di 10 cm è nata la scuola romana, e un bel pezzo della nostra musica migliore.

Il programma prometteva bene: testimoni dell’epoca, ancora in grado di dare giri di pista a molti cosiddetti “artisti”, e nuove leve della canzone, tutti insieme in una maratona di indubbio interesse.

Quindi andammo, registrammo,  facemmo interviste ai due vecchi leoni della storica stagione del Folkstudio, editammo e infine costruimmo uno Speciale, talmente ricco di bella musica da imporre la divisione in due parti carnose e succolenti, che abbiamo qua l’onore di proporvi ringraziando tutti gli artisti coinvolti e gli organizzatori, il cantautore Ugo Mazzei e il giornalista musicale Jonathan Giustini.

PS- …poi scrivemmo anche un articolo per “L’Isola che non c’era”, che, per motivi tecnici, non fu più pubblicato. Visto cher da queste parti non si butta niente, ve lo ritroverete, se volete, a fine scaletta.

SCARICA:

PARTE 1http://www.mediafire.com/?zfn313c580o3b7z

PARTE 2http://www.mediafire.com/?7ealbp8dcg92e66

                                       PARTE 1

CORPORAL CLEGGS- Pink Floyd (sigla iniziale)

FOLKSTUDIO- Claudio Lolli (archivio, live)

SHAKE YOUR HIPS (cover da Slim Harpo)- Francis Kuipers

Intervista a Ugo Mazzei

LIVORNO (cover da Piero Ciampi)– Peppe  Fonte

BANG BANG (cover da Sonny & Cher, in francese)- Paola Donzella

INSONNIA D’AMORE- Paola Donzella

Intervista a Ernesto Bassignano pt.1

CAPITANI CORAGGIOSI – Ernesto Bassignano

Intervista a Ernesto Bassignano pt.2

DUE ZINGARI – Francesco De Gregori (live al Folkstudio, archivio)

SAMBA DE UMA NOTA SO (cover da Antonio Carlos Jobim)- Giovanna Marinuzzi

DESTINO (cover da Djavan)– Giovanna Marinuzzi

UNA GITA SUL PO- Gerardo Carmine Gargiulo (sigla finale)

                                         PARTE 2

CORPORAL CLEGGS- Pink Floyd (sigla iniziale)

STANZE POLVEROSE (parte)- United Artists For Folkstudio (45 giri, 1987)

QUESTO TEMPO CHE HO- Luigi Mariano

Intervista a Edoardo De Angelis pt.1

UNA STORIA DISONESTA (parte)- Stefano Rosso (live al Folkstudio, archivio)

UN SENSO- Anna Maria Castelli

LA MINORANZA- Anna Maria Castelli

LA CASA DI HILDE- Edoardo De Angelis

Intervista a Edoardo De Angelis pt.2

CONTESSA- Paolo Pietrangeli (live al Folkstudio, archivio)

COLA PESCE- Otello Profazio (live al Folkstudio, archivio)

STELLE D’ORO + ??- Tony Cercola

DANZA PAGANA- Mimmo Cavallo

UH MAMMA’!- Mimmo Cavallo

SPENDI SPANDI EFFENDI (cover da Rino Gaetano)- Ugo Mazzei

STANZE POLVEROSE- United Artist For Folkstudio (45 giri, 1987)

Se non specificato, i brani sono tratti dalla registrazione live del concerto all’ “Asino che vola”, 16 novembre 2012.

LA RICERCA DEL FOLKSTUDIO PERDUTO

All’ombra dei cantautori in fiore

“L’asino che vola” non è il Folkstudio. Proprio strutturalmente dico: è un locale accogliente e finanche di tendenza, con tavoli soppalcati, luci giuste e tutto quello che ci vuole per stare su un mercato difficile come è, oggi, quello della vita notturna. Tutto il contrario del luogo spoglio e austero (di più: freddo e scomodo) che ci raccontano le cronache di chi c’era (“Stanze polverose”, non a caso, si intitolava un 45 giri che alcuni artisti del Folkstudio incisero a metà anni ’70 per scongiurare un rischio di chiusura della loro “casa” artistica). Ma è un locale che, pur nella sua promiscuità, passateci il termine, tra cocktail alla moda serviti a tavoli dediti allo struscio capitolino, sta comunque (con forza, con tenacia) portando avanti un’idea di musica aperta e di qualità. Ecco, sì, in questo un po’ ci assomiglia al mitico “Folkstudio”, il locale fondato nell’anno tondo 1960 da Harold Bradley, pittore e agitatore culturale, e poi rilevato da Giancarlo Cesaroni, un uomo a cui tutti gli amanti della canzone italiana dovrebbero pensare, a 14 anni dalla scomparsa, con grande affetto: grazie a lui il “Folkstudio” è diventato un crogiolo incandescente in cui si fondevano ansie e speranze di cambiamento politico, di attenzione al sociale, di rinascita artistica, dando grande spazio e visibilità alla canzone politica e di tradizione, al nuovo jazz e (soprattutto, direbbe qualcuno) a quella cosa chiamata canzone d’autore, a quei quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla, come cantò un figlio prediletto che poi sia allontanò, di molto e di troppo, dal padre, e di cui stiamo ancora aspettando il ritorno per sgozzare, finalmente quel vitello grasso che aspetta da quel dì.

E per una sera, quella dello scorso 16 novembre, “L’asino che vola” si è davvero ricongiunto nel tempo, fatte le debite distanze, a quello spoglio locale di Trastevere. Sul palco, per l’occasione, si sono ritrovati, invitati dagli organizzatori Ugo Mazzei e Jonathan Giustini, vecchi leoni il cui ruggito ancora stordisce ed emoziona, cantautori di culto come Edoardo De Angelis, Ernesto Bassignano e Mimmo Cavallo, e poi musicisti di razza di casa al Folkstudio come Tony Cercola, Giovanna Marinuzzi e Francis Kuipers, a testimonianza che al locale di Cesaroni si poteva anche battere i piedi con la musica etnica, annuire con il blues e  ciondolarsi con la musica brasiliana, PRIMA che fosse consueto farlo anche altrove.

Insomma, scaletta ricca e lunghissima, rimpolpata da alcune nuove leve, a cui spetta, pur con un fardello di eredità non facile da scrollarsi di dosso, di portare più avanti il discorso (possibilmente, da un’altra parte).

Tutto bello, ancor prima di cominciare, ma per l’amor di Dio, se ho tutto questo mondo di gente da far suonare, perché cominciare alle 22.45? C’è gente che poi deve fare un’ora e mezza di strada per tornare a casa, e domani poi si lavora, checché.

Comunque sia, finalmente la cosa ha avuto inizio e parole e musiche si sono così, fino a tarda notte, intrecciate a raccontare una storia dai contorni sfumati e leggendari, e noi, generazione postuma a tutto, lì come bimbi a bocca aperta, a farcela narrare ancora una volta, anche se la sappiamo a memoria. Al netto dei problemi tecnici, che pure ci sono stati (e hanno un po’ inficiato alcune esibizioni condizionate da un certo nervosismo per lo scarso ritorno in spia), abbiamo così assistito a un lungo dialogo artistico tra padri e figli, con il buon vecchio bluesman Francis Kuipers, colonna del Folkstudio, ad aprire la scena, seguito da Peppe Fonte, cantautore e pianista dalla connotazione jazz e dalle belle doti interpretative, ma dal repertorio da rendere un po’ più personale, a nostro modesto giudizio: non a caso dà il meglio di sé nella cover di “Livorno” del suo faro Piero Ciampi.

A seguire abbiamo ammirato la grande presenza scenica di Paola Donzella (un disco in uscita prodotto da Paolo Fresu) che incanta con una versione francese di “Bang Bang”: voce bella e ammaliante, accompagnata con arte dalla chitarra sapiente di Paco Martucci.  E’ poi la volta di Luigi Mariano, a suo agio nella ballata all’americana, per così dire, quindi del teatro-canzone al femminile di Anna Maria Castelli che ricorda un po’, e non può essere che un complimento, la Milly che fu. Spazio allora a uno dei mammasantissima del Folkstudio (sia detto con benevolenza), quell’Ernesto Bassignano che ai tempi più organicamente di altri legava impegno politico e canzone e che infatti all’Asino che vola, dopo un divertissement in cui ha rievocato i convitati di pietra Venditti e De Gregori, ha regalato al pubblico due canzoni-documento dell’epoca: la “Moby Dick” emblema del flusso e la “Capitani coraggiosi” che raccontava il riflusso. Ma il finale del suo set è stato ancora più sorprendente: un’inedita versione della celebre “Il disertore” di Vian, tradotta da Luigi Tenco. Peccato per i problemi tecnici di cui sopra (d’altra parte suonare senza sound check fa tanto Folkstudio, ma ha le sue incognite). Ma non c’è tempo di rammaricarsi, perché sul palco sale la grande Signora della Musica Brasiliana in Italia, quella Giovanna Marinuzzi che non era raro, al Folkstudio che fu, vedere accompagnare mostri sacri come Toquinho e Vinicius de Moraes. Da applausi, questa sera, la sua interpretazione di “Destino” di Djavan, scelta di gran classe. Sono quasi l’una e uno comincerebbe già a far di conto, tra chiusura e viaggio e tutto, su quante ore di sonno potrà disporre, se non fosse che sul palco sale Edoardo De Angelis, e qui, per il vostro cronista che da inizio anni ’90 avrà fatto morire, su vari palchi e piazze, “Lella” almeno 300 volte, omaggiandola in ogni occasione dello status di brano caposaldo di certa canzone (veramente) popolare, beh, insomma, è stato un vero tuffo al cuore. E infatti, dopo un’intensa versione di “La casa di Hilde”, che De Angelis scrisse con De Gregori all’epoca in cui gli produceva i primi album, è stata proprio “Lella” che ha chiuso il suo set, ricostituendo, con il vecchio sodale Stelio Gicca Palli, il duo “Edoardo e Stelio”.

Il finale, come si conviene, non poteva che giocarsi sull’accelerazione dei battiti, e il gran guru dei ritmi, applicati alla canzone e non solo, risponde al nome di Tony Cercola che, armato solo di un originale strumento percussivo costruito da lui medesimo, geniale ed efficace nella sua tavolozza ritmica, infiamma l’Asino e compagnia volante in un’esibizione adrenalinica che ha un tempo supplementare quando Mimmo Cavallo (uno dei geni più sottovalutati della canzone italiana) lo vuole ancora sul palco ad accompagnare quella “Danza pagana”, dispara e ostica, scritta per Mia Martini e poi ancora per l’inno “Uh mammà” dove a stupire è il chitarrista “baritono” Massimo Cardamone.

Ok, si può andare  a casa? Sì, ma sarebbe un peccato perché poi sale a chiudere Ugo Mazzei che sveste i panni dell’organizzatore e indossa quelli del cantante che prima omaggia un altro dei grandi assenti (purtroppo, lui sì, giustificato), con una bella versione di “Spendi spandi effendi”, e poi aggancia la canzone d’autore  con la tradizione siciliana.

Alla fine siamo ben oltre la barriera psicologica dell’1.30 e c’è ancora da uscire da Roma (con un TOM TOM che impazzisce come i robottini di Asimov per via dei lavori della Metro C che cambiano le carte in tavola) e così, mentre “ansima il motore” (Gerardo Carmine Gargiulo docet), viene da chiedersi, alla luce delle 3 ore e mezza di sonno rimaste che si è con sbigottimento computato, se ne sia valsa la pena. Non c’è bisogno del vento che porti risposte, va da sé. La speranza è che ci siano altre occasioni del genere, magari facendo tesoro dei piccoli inconvenienti (suono e orari, nonchè un certo chiacchiericcio degli astanti capitati lì per caso) e arricchendo il parterre de roi con nomi importanti per la storia del Folkstudio. Pensiamo, senza scomodare Principi dell’Olio e Cori de Roma, a nomi come Giovanna Marini, Renzo Zenobi e a quel Mimmo Locasciulli che a un certo punto mi sono ritrovato davanti sulla panca (e a cui battendogli sulla spalla ho reso grazie abbracciandolo per “Tango dietro l’angolo”, album-capolavoro degli anni ’90, sui cui ha studiato, e neanche poco, buona parte del Capossela a venire).

E per favore: la prossima volta qualcuno ricordi e canti Stefano Rosso.

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